Aes.

Esopo è una figura avvolta in parte dalla leggenda: originario della Frigia, prima fatto schiavo, poi divenuto consigliere alla corte di re e tiranni, infine barbaramente ucciso a Delfi. «Schifoso, pancione, con la testa sporgente, camuso, gibboso, olivastro, bassotto, con i piedi piatti, corto di braccia, storto»: così ce lo descrive il romanzesco Libro di Esopo, del I-II sec. d.C. Sotto il suo nome circolava già in età classica (come testimonia il Socrate platonico) una raccolta di favole in prosa (appunto mýthoi). Tra le prime opere in prosa, dunque, della letteratura greca. Una raccolta che fu ‘ordinata’ da un importante erudito (e uomo politico) ateniese alla fine del IV sec. a.C., Demetrio Falereo, e che s’impose da quel momento come testo di riferimento per tutta la successiva tradizione, scritta e orale, del genere favolistico.
Da sempre la favola è considerata, nella percezione culturale europea e occidentale, il genere letterario più ‘popolare’ in assoluto, quello che, per secoli, appunto dall’antichità ad oggi, attraverso una tradizione orale ininterrotta, ha in qualche modo rappresentato i ‘valori’ degli strati subalterni, la morale delle classi dominate . Questa lettura del genere favolistico non è probabilmente così pacifica, almeno se intesa in senso univoco. Basterebbe ricordare che numerose sono, proprio per l’antichità, le testimonianze in cui re e sovrani stigmatizzano, proprio con apologhi favolistici, le aspettative di innovamento delle classi umili: si pensi a Menenio Agrippa. Esopo, in particolare, è stato anche visto come ‘saggio’ anti-sistema, portatore di un messaggio morale che fa del paradosso il perno dell’argomentazione.