Aesch.

Eschilo è il primo tragediografo del quale possiamo ricostruire una personalità storica, e il primo del quale ci rimangono drammi integri.
Nato nel 525 ad Atene, da famiglia certamente nobile ma di spirito democratico, fu amico dei più influenti politici del tempo, da Temistocle, a Pericle, a Cimone. Combatté a Maratona, e di ciò volle fare menzione nel suo autoepitafio. Nell’ultima parte della sua vita soggiornò in Sicilia, alla corte di Gelone, tiranno di Gela, e per lui compose un dramma celebrativo della fondazione di Enna. Profondamente religioso e legato ai misteri eleusini, cercò nei suoi drammi di risolvere in senso morale il dissidio — ancora ambiguo — tra una mentalità arcaica permeata di senso della vendetta divina e una ‘nuova’ concezione religiosa incentrata sulle certezze di un dio ‘giusto’. È evidente, in lui, il faticoso passaggio da una religiosità tardoarcaica ad una visione del divino più istituzionalizzata e ‘pacificante’.
Già con Eschilo appare chiaro come la tragedia, per ‘statuto’ e argomenti, sia il genere letterario che meno di altri offre spazio ad elementi folklorici e tratti di civiltà popolari quali credenze e superstizioni. Diverso, invece, il discorso per i proverbi che, certo nella forma stilistica più nobile, di ‘sentenze’, trovano ampio impiego in tragedia. Fra i tre grandi tragediografi del V secolo ateniese, tuttavia, Eschilo è il poeta che dà più spazio, nelle sue opere, al mondo del ‘soprannaturale’ e a una ritualità a tratti ‘magica’: evocazione di ombre dei defunti, sogni, incantesimi. Non possiamo dire quanto di ‘popolare’ e ‘superstizioso’, nel senso in cui intendiamo noi, lo spettatore medio ateniese percepisse in tutto ciò, o se ancora vi vedesse forme di religiosità partecipata. A giudicare però dall’atteggiamento ironico e a volte dissacratorio dei comici di poco posteriori ad Eschilo, ci sono buone ragioni per pensare che molti di questi elementi apparissero già agli Ateniesi contemporanei — e più colti — residui di credenze tradizionali.
Incantesimi e formule di maledizione, come anche l’interpretazione dei sogni, erano pratiche ben radicate nella società greca del tempo. Ma certamente fra gli strati ‘popolari’, appunto. Eschilo, portando sulla scena certi elementi, doveva probabilmente essere cosciente di presentare al suo pubblico tratti culturali ‘tradizionali’ e, in gran parte, diffusi più fra gli strati popolari della società che in quelli istruiti. E cio vale, penso, anche per gli altri tragici e, ormai dopo la metà del V secolo a.C., varrà per tutti gli altri auctores greci e latini.
I personaggi del teatro di Eschilo si muovono dunque in un mondo popolato da spettri e creature mostruose della tradizione religiosa: lo spirito (daímon) del re Dario nei Persiani e il fantasma (ónar) di Clitemestra nelle Eumenidi; le terribili Erinni, spiriti vendicatori dei defunti, nelle Coefore e nelle Eumenidi.
Numerosi sono i proverbi e le espressioni sentenziose: ciò è tanto più significativo se, come è stato sottolineato, la brevità e ‘semplicità’ retorica della sentenza interrompono le straordinarie varietà e artificiosità linguistica dello stile eschileo.