Nella Vita di Omero attribuita ad Erodoto – ma anche in altre Vite antiche, databili all’età ellenistica, per lo più, ma derivate da materiale sicuramente più antico – si traccia un profilo del poeta assai significativo di come gli antichi immaginavano il ‘padre’ della letteratura europea. Malato agli occhi, ma desideroso di viaggi, Omero è un cantore girovago che chiede ospitalità a pescatori e vasai, cuoiai e pastori. I suoi viaggi lo portano dalle colonie ioniche d’Asia fino ad Atene. Annota lo Pseudo-Erodoto (6): «Dove ogni volta giungeva, scrutava tutte le consuetudini locali (tà epichória), e raccoglieva, intervistando, informazioni (historéon epyntháneto). È verosimile che egli scrivesse degli appunti di ogni cosa».
Omero ‘etnologo’ dunque? Così, ripetutamente, viene descritto il cantore: una sorta di personificazione, si è più volte ribadito, dell’idea che gli antichi ebbero dei poemi omerici, due ‘enciclopedie tribali’ che raccoglievano anche il sapere (o meglio: i saperi) e la cultura di una civiltà orale. C’è probabilmente qualcosa di più profondo, tuttavia, nell’immagine di Omero girovago che «intervista» pescatori e artigiani. C’è la consapevolezza, da parte degli antichi, di quanto i poemi omerici siano radicati nel folklore, ne conservino carsicamente elementi di religiosità, credenze, tratti culturali, schemi di canti popolari, leggende e personaggi.
Di ‘folklore’ in Omero si è spesso parlato in relazione ad alcuni segmenti mitici e/o racconti d’avventura presenti nei poemi, a partire, ovviamente, dalla stessa fabula dell’Odissea. Le strutture narrative di questi miti sono state comparate con quelle dell’immenso repertorio del folktale europeo ed extraeuropeo: si è così evidenziato come moltissimi elementi strutturali omerici ricorrano in diverse altre culture, dalla Russia alle Americhe. Prima fra tutte, appunto, l’intera trama della vicenda di Odisseo: un re, per una causa a lui esterna, perde il potere; la moglie e il trono sono insidiati da pretendenti; dopo un lungo viaggio e diverse avventure il re riesce a tornare in patria e a riconquistare il potere (e la moglie). Nei poemi omerici, tuttavia, si trovano anche spunti puntuali di folklore, come riferimenti a pronostici atmosferici, presagi (lo starnuto), gestualità del lutto, soprannomi, persino riferimenti al malocchio.
Vere e proprie espressioni sentenziose, nell’Iliade e nell’Odissea, appaiono poche e persino discusse. Eppure la formulazione sentenziosa del verso omerico, la struttura (anche metrica) tendente alla chiusa concettosa dell’esametro, sono elementi connaturati alla dizione omerica. Da questo punto di vista la ‘creazione’ delle sentenze omeriche sembra aver proceduto parallelamente a quella delle formule. Non a caso, forse, la stragrande maggioranza delle espressioni sentenziose dei poemi si ritrova nei discorsi diretti dei protagonisti, in strutture che collocano la γνώμη – un termine mai impiegato da Omero in questo senso – a conclusione di un discorso, o di un ‘exemplum’ mitologico, provvista, spesso, di ulteriore spiegazione (una sorta di γνώμη retoricamente allargata). In genere chi impiega una γνώμη è un personaggio di età, ceto o rango più elevati: a dimostrazione che il ricorso all’immaginario sentenzioso e proverbiale è già percepito, nell’epoca remotissima di formazione dei poemi, come elemento tipico di comunicazione assertiva e persuasiva.
Hom.



