Gli epinici di Pindaro (520-438 a.C.) appartengono ad un genere letterario poco incline ad ospitare riferimenti al mondo popolare, a credenze e superstizioni, perché indirizzato a tiranni e aristocratici, vincitori di giochi atletici panellenici. L’epinicio pindarico non accoglie, inoltre, espressioni schiettamente proverbiali, e sottopone anche il patrimonio delle sentenze ad una rielaborazione artistica spesso profonda.
Se dunque l’elemento definito “gnomico” accompagna ormai da due secoli, nella triade attualità-mito-gnome formulata da August Boeckh, la vulgata critica pindarica, va rilevato che in nessun altro autore più di Pindaro proprio l’elemento sentenzioso si presenta quanto mai artisticamente rielaborato e, se è lecito, ‘personale’. Rarissimi, del resto, sono i microtesti pindarici “passati in proverbio”, per usare la terminologia antica, sia nelle raccolte di γνῶμαι, a cui si è accennato, sia in quelle propriamente paremiografiche.
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