Che cos’è un “proverbio”? E in che cosa si differenzia da una “sentenza”? E da un “detto”?
A molti la domanda potrebbe apparire superflua, e la risposta piuttosto scontata. A tutti noi, infatti, proverbi, sentenze, detti, e molto altro ancora (massime, apoftegmi, aforismi…), appaiono elementi della comunicazione ben noti e familiari.
Eppure le definizioni scientifiche moderne del concetto di proverbio non sono univoche. E pensare che persino una vera e propria disciplina, la ‘paremiologia’, si è andata sviluppando e formalizzando, negli ultimi decenni, proprio in relazione allo studio del patrimonio proverbiale e sentenzioso, antico e moderno . Una disciplina che ha nel nome il calco del greco παροιμία, proprio per evitare di impiegare altri termini d’uso polisemici – se non ambigui – delle lingue moderne. Ma il fatto è che il patrimonio proverbiale, di ogni tempo – e quasi in ogni tempo – è stato oggetto di interesse e di studio da parte di diverse discipline, e conseguentemente di diversi sguardi, che ne hanno sottolineato ora un aspetto ora un altro. La linguistica, la storia, l’antropologia, la filologia, la filosofia, persino la medicina hanno guardato al patrimonio proverbiale dei popoli iuxta propria principia, e ne hanno fornito analisi a volte sostanzialmente diverse. Che un “proverbio” o un “detto” possa attirare l’attenzione di diversi campi del sapere, del resto, è testimoniato già, e proprio, fin dall’antichità greca e romana, ove, come si vedrà, iniziarono ad occuparsi di proverbi e sentenze storici e retori, filosofi e antiquari, lessicografi e veri e propri ‘paremiografi’.
Proverbi greci e romani
di Emanuele Lelli
ISSN: 3057-4943



