Verg.

Originario di Mantova, Virgilio (70-19 a.C.) frequenta una scuola filosofica campana, e si mette in luce, intorno alla fine degli anni quaranta, con una raccolta di componimenti ispirati agli idilli teocritei, le Bucoliche. Lo scarto tra la tendenza all’imitazione ‘pragmatica’ dei canti agropastorali del modello e l’elegante reinterpretazione virgiliana si coglie tuttavia in molti aspetti: se nel Teocrito agropastorale abbondavano espressioni della quotidianità e della tradizione rurale, nelle ecloghe virgiliane questo tratto è quasi assente. Fin dal 38 a.C., a quanto pare, Mecenate e Ottaviano ‘chiedono’ a Virgilio un poema che si inserisca nel programma economico-politico del ripopolamento e rivalorizzazione delle campagne, vessate da anni di lotte civili. Proprio mentre Varrone pubblica il De re rustica, Virgilio lavora dunque ai quattro libri delle Georgiche, che lo impegnano almeno fino al 29 a.C. Il legame tra politica culturale di Ottaviano e poesia virgiliana è ormai organico: se Augusto afferma, nelle Res gestae, multa exempla maiorum reduxi, Virgilio proclama, anche lui programmaticamente, all’inizio del primo libro: possum multa tibi veterum praecepta referre, “posso riferirti molti precetti degli antichi” (1,175). I praecepta che il Mantovano promette al suo lettore (e ai suoi committenti) rielaborano, sempre in modo originale e spesso con accenti di profonda umanità, quei proverbi tautologici, di ambito ergologico, atmosferico, calendariale, alcuni già presenti nelle Opere e i giorni di Esiodo (altro punto di riferimento dell’opera), altri – sembra – di tradizione più autonomamente romano-italica. Al successo del poema ‘agronomico’ segue la definitiva consacrazione a poeta ‘augusteo’, con l’incarico di comporre l’Eneide, che impegnerà Virgilio fino alla morte, nel 19 a.C. Sembra davvero, qui, che Virgilio, nel solco della reductio ad maiorum exempla propugnata da Ottaviano, abbia intenzionalmente ispessito il tessuto epico di un tasso di sentenziosità che mai aveva avuto, in Grecia e (per qual che possiamo leggere) a Roma. Molto meno presenti, pur nel quadro dell’antiquaria italica della seconda parte del poema, spunti folklorici legati a credenze o pratiche popolari.