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Nonostante Euripide abbia la fama – già presso gli antichi – di tragediografo ‘degli umili’ o degli “eroi coperti di stracci”, le sue testimonianze di cultura popolare sono limitate, soprattutto se le si rapporta al numero di tragedie conservateci in confronto agli altri due ‘grandi’ del V sec. a.C.
La sua attenzione al mondo degli umili – servi, contadini – nonché alla posizione delle donne, è un’attenzione piuttosto ‘sociale’ e politica, per certi versi filosofica, nutrita dal clima sofistico ormai diffuso. Credenze, superstizioni, gestualità folklorica e persino proverbi (di matrice popolare) trovano in Euripide molto meno spazio rispetto ad Eschilo e a Sofocle.
Eppure il mondo rurale, con tutto il suo portato di tradizioni, sarebbe potuto ben essere a disposizione dell’autore, nato intorno al 480 a.C. da un proprietario terriero, Mnesarchide, e dalla nobile Clitò: in quest’ultima, forse, va ravvisata d’altra parte una figura di erborista, conoscitrice di piante e dunque di rimedi terapeutici se devono essere interpretate in tal senso le canzonature comiche (Ar. Ach. 478; Thesm. 387) che la tratteggiano come “erbivendola”. Se è vero che nella sua produzione si contano oltre cinquecento lemmi appartenenti al lessico tecnico agricolo, è stato accortamente evidenziato che la stragrande maggioranza di essi è piegata a significati traslati: audaci metafore, metonimie, sineddochi.
Grande indagatore dell’animo e del senso di religiosità degli uomini, Euripide, che non fu ateo né iper-razionalista, e che in gioventù ricoprì anche ruoli religiosi, dovette sempre più rivolgere il suo sguardo spietatamente sofistico all’interiorità della condizione umana rispetto al divino, e al fato. La cultura tradizionale e popolare, nei suoi aspetti più secolarizzati e sclerotizzati, gli appariva probabilmente già allora ‘superstiziosa’, comunque meno interessante delle grandi domande che il senso religioso pone all’individuo. I suoi personaggi umili, del resto, non sono caratterizzati in senso ‘popolareggiante’, né impiegano, per lo più, proverbi o immagini popolari, come accade invece in Eschilo e in Sofocle, ma sentenze concettuali e filosofiche: intento di Euripide è infatti quello di nobilitare la voce di queste classi sociali, attribuendovi elementi della cultura dotta e sofistica. Eppure, in diverse occasioni gli scolii antichi lamentano che Euripide inserisca γνῶμαι “inutili” o “fuori luogo” nei suoi drammi. Euripide, del resto, è l’autore più antologizzato, da Stobeo, proprio per le sue sentenze: circa 850 citazioni, ben più di Eschilo e di Sofocle. Con Euripide, in effetti, nella storia dell’impiego letterario del proverbio in generi considerati ‘alti’, assistiamo al passaggio definitivo dalla παροιμία di matrice popolare alla prevalente, se non esclusiva, presenza di γνῶμαι di carattere generale, etico, concettuale.